El Polentòn de Fegà

Datazione: Notte del diciassettesimo giorno – umido come un piatto lasciato nel lavandino

Luogo: Corte Malora, frazione che appare solo quando il cielo ha fame

Annotazione n°7:

La nebbia m’ha guidà fin là, come fa co’ i cani quando i scappa via e i vole far capire qualcosa. Nessuna indicazione. Solo una curva dopo l’altra, e un cartello mezzo coperto dalla terra: “Corte Malora”. Nessuno in giro. Solo il rintocco del campanile, uno solo, secco. Ma era mezzanotte e tre. Nessun campanile suona a quell’ora.

Poi, in mezzo ai campi molli… l’ho visto.

Una bestia alta più di una casa bassa, fatta de polenta vecia, screpolata, che colava lenta come lava gialla. Dentro si senteva l’odore dolciastro e cattivo del fegato alla veneziana, come quelo che i veci faceva nei giorni de festa sbagliata. Le braccia de stòpa, lunghe e secche, raschiava per terra.

E quei oci là… Doi punti rossi, accesi, rotondi come fanali de trattore che no si è mai fermato.

Brontolava. Un suono fondo, basso, che pareva venisse dal ventre del campo stesso. Dice che brontola da secoli, perché nessuno l’ha mai finìo. Che l’han lascià lì, a metà cena, e lui s’è alzà in piedi.

“Chi lascia la polenta… la polenta non lo lascia.”

Così dicono. E così scrivo.

L’ho visto passare davanti a una casa vuota, e la casa… s’è spenta. Tutta. Come se non fosse mai esistita. Io mi son nascosto tra le sterpaglie. E lì ho aspettà che passasse.

Quando il rintocco s’è fermato, anche lui s’è fermà. E s’è disfà, pezzo a pezzo, tornando in terra.

Domani mi alzerò presto e proseguirò. Ma da stanotte… ogni volta che sento odore de fegato nell’aria, guardo prima per terra. E poi in alto.

Prima Nebbia